1922-2022: centenario della nascita di Pasolini, coscienza critica dell'Italia - Biblos Monterosi

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1922-2022: centenario della nascita di Pasolini, coscienza critica dell'Italia

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Harold Bloom, che una condivisione degli esperti più unica che rara designa come il critico letterario statunitense di maggior rilievo a cavallo degli ultimi due secoli, individuò ventisei scrittori e poeti per definire il "Canone occidentale", ossia la misura del valore estetico della cultura di questa parte di mondo.
Nell’augusto consesso Pier Paolo Pasolini non trovò posto, ma lo spettro della cernita operata è stato talmente esiguo da indurre lo stesso Bloom a rammaricarsi per le esclusioni a cui la ratio della sua opera lo aveva indotto.
Nel corso dell’orazione funebre che tenne nel 1975 Alberto Moravia, con un vigore oratorio accresciuto dal personale dolore per l’omicidio dell’amico, disse che "Pasolini era un poeta e di poeti ne nasce uno ogni cento anni".
Dunque nessuna patina weberiana di "lavoro intellettuale come professione", quanto piuttosto una ulteriore, paradigmatica prosecuzione delle incognite che alimentano la irrisolvibile querelle tra poiesis e biografia, fra produzione artistica e vita dell’autore: una cesura resa ancora più enfatica dalla sua dichiarata e all’epoca scandalosa omosessualità. Le circostanze violente del suo assassinio, tuttora reputate enigmatiche da una parte degli osservatori, hanno come rafforzato quell’aura otto-novecentesca del genio maledetto: i più versati nell’approccio psicoanalitico al contesto lo hanno voluto ricondurre ad una sorta di destino di morte consapevolmente ricercato da Pasolini medesimo.
La sua estesissima opera è stata scandagliata dalla critica e percorsa da tanti specialisti per condannare od esaltare i contenuti e le forme di una presenza artistica dagli esiti "rinascimentali": poeta e romanziere, cineasta e drammaturgo, pittore filologo e traduttore, nell’ultimo scorcio di vita Pasolini fu anche polemista dirompente, di inesausta passione civile tramite le pagine del Corsera e di altri importanti giornali. Ogni creazione di PPP è disseminata di quelle che Walter Benjamin definiva le monadi della storia, le parcellizzate esistenze che compongono il quadro collettivo dell’agire umano nei secoli, di quelle tracce di passato immesse nel presente senza le quali, a dire di Paul Ricoeur, non sarebbe possibile pensare la storia.
La quale assume per Pasolini, egli lo afferma anche in una delle sue corrispondenze, valenza poetica. Prima e oltre il materialismo storico, con il quale si confrontò nel corso della travagliata vicenda dell’adesione al PCI, il suo sguardo assecondò la Prima anziché la Terza Internazionale e si soffermò sulla dissoluzione del mondo contadino, sulla critica al consumismo e all’urbanizzazione, sulla denuncia del progressismo e dell’ipocrisia dei suoi zeloti, sulla disumanizzazione dei rapporti sociali e la mutazione antropologica indotta dal sistema liberal-capitalistico.
Una così articolata e complessa riflessione umanistica, doveva necessariamente fuoriuscire dagli steccati convenzionali che riproducevano le simmetrie geopolitiche della guerra fredda. Già in tempi precedenti la sua morte ma con una accelerazione immediatamente dopo, mondi eterodossi rispetto agli arcigni gendarmi precursori del politicamente corretto, acuirono il loro interesse: il filosofo Alain de Benoist, capofila della Nouvelle droite, affiancato in Italia anche dalla rivista Diorama e dagli scritti di Marco Tarchi, fu tra i più illustri fra coloro che agitarono la palude conformistica d’allora. Altri seguirono, in Europa e altrove ed oggi, celebrando il centenario di Pasolini si ha una migliore percezione della perorazione moraviana sulla unicità del Poeta, sulla profetica lucidità delle sue opere.

Antonio Succu


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